martedì 4 novembre 2008
mercoledì 15 ottobre 2008
(RI)BLOCCHIAMO L’UNIVERSITA’!!
La giornata di ieri ha visto la massiccia mobilitazione di centinaia di studenti che, auto – organizzandosi, sono riusciti ad ottenere il blocco della didattica in tutta via balbi.
Tale atto non rappresenta una manifestazione di violenza da parte di un settore minoritario degli studenti, come alcuni sostengono, bensì esso e’ l’esplicita risposta che noi studenti genovesi abbiamo dato alla violenza che il governo ci riversa addosso con i tagli all’Universita’, con la limitazione del turn – over, con la trasformazione delle universita’ in fondazioni.
Non vogliamo diventare i fantocci delle imprese!!!!
Tale atto non rappresenta una manifestazione di violenza da parte di un settore minoritario degli studenti, come alcuni sostengono, bensì esso e’ l’esplicita risposta che noi studenti genovesi abbiamo dato alla violenza che il governo ci riversa addosso con i tagli all’Universita’, con la limitazione del turn – over, con la trasformazione delle universita’ in fondazioni.
Non vogliamo diventare i fantocci delle imprese!!!!

Riprendiamoci ciò che loro quotidianamente ci tolgono, mobilitiamoci per la difesa dei nostri interessi immediati
Organizziamo attivita’ autonome ed autogestite anche in universita’!
Per un movimento studentesco indipendente ed autorganizzato!
martedì 14 ottobre 2008
GLI STUDENTI CON I LAVORATORI!
mercoledì 1 ottobre 2008
Attivo del 10 Ottobre per lo sciopero generale del sindacalismo di base
La difesa degli interessi di classe dei lavoratori può essere realizzata solo dai lavoratori stessi

Basta deleghe
Basta concertazione
Basta illusioni parlamentaristiche
Venerdì 10 ottobre ore 17.00
Facoltà di Filosofia, Balbi 4 aula M
Incontro dibattito
“Perché partecipiamo allo sciopero generale del 17 ottobre
e al corteo di Milano promosso dal sindacalismo di base”
Sin.base - Sindacato di base -
USI-AIT liguria
Comitato Studentesco
Comitato Studentesco
ALCUNE CONSIDERAZIONI PER UNA MOBILITAZIONE DI CLASSE
Si avvicina l’autunno, e con la tramutazione del famosissimo decreto Brunetta, la fantomatica stretta sui fannulloni, ci si ripresenta l’ennesima occasione di mobilitazione.Tale atto, infatti, non rappresenta altro che l’ennesima espressione legislativa, e quindi sovrastrutturale, di riorganizzazione dello Stato capitalista, dettata da tutta una serie di condizioni che giungono sempre più a maturazione.
Una competitività sempre più agguerrita sul mercato internazionale, l’entrata in quest’ultimo di nuove potenze emergenti, la necessità di difesa dei propri mercati e dell’accaparramento delle risorse energetiche mediante guerre, portano le borghesie nazionali ad una generale riorganizzazione del proprio stato.
Insomma, tale situazione porta ad un disperato bisogno di capitali da investire, considerando anche la strutturale caduta marginale del saggio di profitto, a cui vari settori della borghesia rispondono con compressioni salariali, aumento della produttività del capitale variabile (forza – lavoro), riduzione di quelle spese improduttive che, negli ultimi decenni, sono state di monopolio statale.
Per quanto riguarda l’Italia, il d.l 112 non rappresenta altro che la continuazione di una politica riorganizzatrice che, come minimo, ha origine a metà degli anni ’70.
Riorganizzazione industriale, smantellamento del welfare, sgretolamento salariale (si pensi solo all’abolizione della scala mobile), liberalizzazioni, scippo del TFR, sono solo alcuni esempi delle molte tappe di questo processo riorganizzativo, di cui il decreto Brunetta non è che la più recente.
Tale decreto, in breve, prevede una corposa riorganizzazione della pubblica amministrazione che apporta modifiche al contratto a termine (art. 21), al contratto accessorio (art. 22), al contratto d’apprendistato (art. 23); insomma si perpetua e si estende la precarietà lavorativa.
Si registra inoltre negli intenti del decreto il peggioramento delle condizioni dei lavoratori pubblici in merito ai trattamenti economici ed alla disciplina delle assenze per malattia e permesso retribuito.
La “svolta” brunettiana prevede ripercussioni, poi, anche sul sistema universitario, con un cospicuo taglio dei fondi (fino a 160 milioni di euro), limitazione del turn-over e , dulcis in fundo, la possibilità di poter trasformare le Università in fondazioni (regolate quindi dal diritto privato).
Che l’Università sia inserita in un più ampio scenario di riforma non è casuale, anzi è la dimostrazione che il modello formativo non sia che uno dei tanti ambiti statali in cui si esplicitano gli effetti della riorganizzazione del sistema produttivo.
Il nocciolo della questione è, e rimane, il sistema produttivo, ed in particolare le relazioni sociali di produzione che da esso derivano; i rapporti di forza tra le classi che si strutturano in esso e che poi vanno a riflettersi negli altri ambiti.
L’attuale sistema di produzione necessita dell’attuale sistema di formazione, che trasforma scuole ed Università in veri e propri “parcheggi” per futura forza – lavoro salariata, che niente hanno a che vedere con cultura e formazione.
L’università in una società capitalistica non diventa altro che strumento del Capitale nell’ambito “formativo”, svolgendo essenzialmente due funzioni.
La prima, è quella di produrre un esercito di forza lavoro specialistica in maniera che essa sia il più possibile inseribile nei meccanismi di sfruttamento capitalistico, facendo in modo di togliere l’unico strumento difensivo per la forza – lavoro, che è la qualifica.
Creare questo esercito di lavoratori serialmente formabili e quindi facilmente sostituibili è uno dei servigi più utili che l’Università può offrire al Capitale; naturalmente oltre a quello di ritardare il più possibile la loro entrata nel mondo del lavoro, così da salvare l’equilibrio tra domanda e offerta.
L’utilizzo senza limiti di stage, tirocini formativi, contratti d’apprendistato dimostra come finita la “falsa” formazione, si necessiti di quella vera, destinata all’inquadramento della forza – lavoro nell’organizzazione produttiva capitalistica.
La seconda funzione si riduce alla riproduzione dei quadri della classe dominante e della sua cultura.
A tutti gli studenti, in maniera più o meno consapevole, sono noti i corsi in cui la spicciola ideologia borghese sul mercato, sulla fantomatica funzione redistributrice dello Stato, sull’eguaglianza formale dei cittadini, vengono fatte passare come verità scientifiche inoppugnabili.
Nessuna messa in discussione di tali assiomi salomonici è concessa.
La loro riproduzione culturale è così assicurata: masse di studenti crescono non abituandosi alla libertà d’analisi, al mettere in discussione se stessi e ciò che studiano; alla faccia della rigidità e libertà scientifica con cui molti professori si riempiono la bocca, ma che quasi sempre si riduce a scientismo borghese.
Alla luce di ciò si deve davvero aver un bel coraggio a parlare ancora di “Tramonto dell’Università” e di “Qualità dell’insegnamento e della ricerca in pericolo”, come fa il baronato per difendere i propri privilegi dalla scure del ministro Brunetta.
Premesse per la strutturazione di una mobilitazione ci sono, tuttavia il primo passo pratico d’attuare è quello contro la contaminazione della protesta da parte delle elité baronali universitarie che con i loro servigi hanno contribuito alla dequalificazione dell’università o meglio ad un perfezionamento dell’Università di classe.
Insomma, questi signori che ora urlano tanto, sono tra i primi responsabili della situazione attuale, dove la cooptazione è lo strumento cardine per la selezione del personale docente, che dovrà difendere, propagandando la scientificità dei propri insegnamenti, proprio la natura classista dell’Università.
Occorre necessariamente non accodarsi a questi signori in difesa della LORO istruzione, ma essere autonomi e determinati nella difesa dei NOSTRI interessi, che sono contrapposti ai loro.
Farsi nuovamente manipolare da questa cricca di sapientoni, pronti a urlare contro il Governo in difesa della loro corporazione, però subito accondiscendenti alla prima miserevole concessione di qualche beneficio, sarebbe drammatico.
Altrettanto drammatico sarebbe, anche, limitare la mobilitazione al solo ambito universitario, o comunque a rivendicazioni prettamente studentesche.
Quello che abbiamo di fronte è un fenomeno generale, che colpisce la generalità dei lavoratori in quanto classe; un tentativo di risposta non potrà che essere di classe.
Solo così il fenomeno di trasformazione in Fondazioni, cessa di essere riferibile alle sole Università, ma inizia ad essere affrontato in maniera generale, denunciando dunque un processo che riguarda tanto le Università come, per esempio, le Asl.
Il meccanismo che andremmo a denunciare in questo modo, cessa di essere una mera questione di diritto (passaggio dal diritto pubblico al diritto privato), ma diventa denuncia della trasformazione dei servizi basilari in business, in procedure che servono a fare profitto e non a soddisfare necessità sociali.
La mobilitazione si trasforma così in un’accusa diretta al sistema capitalista, che si struttura sempre più come un ostacolo allo sviluppo sociale.
Evidenziare ciò significa presupporre la centralità dei lavoratori e del loro protagonismo come una necessità immediata; noi a questo potremmo unirci solo se finiremo di considerarci genericamente studenti, ma se inizieremo ad agire come settori organizzati di attuale e futura – forza lavoro salariata.
Se su questi binari la mobilitazione poi nello specifico potrebbe strutturarsi:
· nell’organizzazione di dibattiti/assemblee nelle facoltà e nelle scuole medie superiori
· nell’intervento sui posti di lavoro e nelle assemblee dei lavoratori
· nella nostra partecipazione allo sciopero generale del sindacalismo di base indetto per il 17 ottobre, con manifestazione a Milano
· nell’organizzazione dell’Assemblea nazionale
Il tempo è poco ma il lavoro è tanto; compagni, rimbocchiamoci le maniche!
venerdì 5 settembre 2008
NON PERDIAMO UN’ALTRA OCCASIONE!
A questo governo possono essere imputate molte cose, ma non certo quello d’aver perso tempo.
Non ha infatti perso tempo ad imbastire, da subito, un ampio disegno di riorganizzazione statale, che in ottemperanza alle direttive confindustriali, riformasse la complessa macchina statale. Ciò è stato iniziato con il decreto Brunetta, d.l 112 /08.
Tale decreto, nell’ottica di tale riorganizzazione ha conseguenze dirette anche sul sistema universitario italiano.
COSA PREVEDE IL DECRETO A PROPOSITO?
Essenzialmente un cospicuo taglio dei fondi a partire dal 2009 (prevedendo un “risparmio” che nel 2013 arriverà a 160 milioni di euro), una forte limitazione del turnover (quindi delle assunzioni), la trasformazione della progressione economica degli stipendi da biennale a triennale.
Tuttavia il più grande regalo a Confindustria deriva dalla possibilità a partire dal 2009 di poter trasformare le Università in Fondazioni, cioè in organismi regolati dal diritto privato e con la possibilità di far entrare soggetti privati (per lo più imprese) negli organismi di gestione delle stesse università.
LE REAZIONI DEL BARONATO ITALIANO
Tale presa di posizione del governo ha chiaramente indispettito e causato la rabbiosa reazione delle elite baronali universitarie, che nei loro appelli e comunicati (principalmente la CRUI- Conferenza dei Rettori delle Università Italiane – ed il Coordinamento dei Giovani Accademici) chiamano alla mobilitazione in salvaguardia dell’Università italiana.
Quello che in realtà questi personaggi hanno fatto è chiamare alla rivolta l’intera società per cercare di preservare e difendere i propri privilegi, derivanti dalla loro posizione di classe e dal processo di cooptazione che caratterizza le università e che per questo le rende baronali.
Ciò è anche dimostrato dal fatto che nei suddetti appelli non si fa una minima menzione critica alla questione delle Fondazioni e all’entrata delle imprese nelle Università; insomma la sottomissione della libertà scientifica (con cui questi si riempiono sempre falsamente la bocca) al capitale, al profitto e all’interesse privato trova profondamente d’accordo rettori, baroni e ricercatori.
Sono proprio loro i massimi teorici dell’efficienza, la ristrutturazione, l’egemonia del mercato, a patto che tutto ciò non tocchi loro stessi.
Se questo succede, beh, la resistenza è naturale, e non si tratta più del corporativismo di quattro fannulloni, bensì di una questione di salvezza nazionale. Non si capisce bene il meccanismo perché il tagliare i loro lauti stipendi dovrebbe mettere in crisi l’intera Italia.
Nonostante tutto, però, si continua a chiamare alla mobilitazione gli studenti, come si trattasse realmente di una questione di civiltà, quando invece quello che si vuol difendere è la stessa università di classe, un’università dequalificante basata sulla cooptazione degli amici degli amici, un’università dei privilegi, degli interessi e della cultura della classe dominante.
Già durante la protesta contro la famigerata Legge Moratti, si era assistito ad una situazione del genere, in cui baroni e rettori intervenivano nelle assemblee studentesche per fomentare la protesta, ben consci della necessità, alla prima concessione del governo, di dover abbandonare gli studenti in piazza. Sgomberi e repressioni sono state la logica conclusione del loro uso strumentale del movimento studentesco.
E NOI DOVREMMO SOSTENERE NUOVAMENTE QUESTI SIGNORI?
Ci si ripresenta, insomma, l’ennesima occasione di riaffermare l’autonomia del movimento studentesco e dei suoi strati più oppressi dagli interessi della classe dominante e dei suoi agenti in Università.
La nostra critica deve essere e sarà più radicale; una critica che metta in discussione l’intero disegno di riorganizzazione, che altro non è che un ulteriore attacco alla classe lavoratrice nel suo insieme.
Mobilitiamoci per mettere in discussione tutto ciò, per contrastare la continua sottomissione dei lavoratori e degli studenti al capitale ed ai suoi interessi!
Ciò lo potremmo fare solo se ci liberemo una volta per tutte dall’illusione di una possibile alleanza con l’elite baronale, e concentreremo i nostri sforzi nella costruzione di una più solida e organica alleanza, con i nostri alleati naturali: i lavoratori!
Coloro che realmente ogni giorno vivono l’attacco padronale e statale sulla propria pelle!
Solo costruendo alleanze sulla base di legami di classe potremmo realmente riaffermare la nostra autonomia dai padroni, dai lacché e dai servi sciocchi del capitale.
Essenzialmente un cospicuo taglio dei fondi a partire dal 2009 (prevedendo un “risparmio” che nel 2013 arriverà a 160 milioni di euro), una forte limitazione del turnover (quindi delle assunzioni), la trasformazione della progressione economica degli stipendi da biennale a triennale.
Tuttavia il più grande regalo a Confindustria deriva dalla possibilità a partire dal 2009 di poter trasformare le Università in Fondazioni, cioè in organismi regolati dal diritto privato e con la possibilità di far entrare soggetti privati (per lo più imprese) negli organismi di gestione delle stesse università.
LE REAZIONI DEL BARONATO ITALIANO
Tale presa di posizione del governo ha chiaramente indispettito e causato la rabbiosa reazione delle elite baronali universitarie, che nei loro appelli e comunicati (principalmente la CRUI- Conferenza dei Rettori delle Università Italiane – ed il Coordinamento dei Giovani Accademici) chiamano alla mobilitazione in salvaguardia dell’Università italiana.
Quello che in realtà questi personaggi hanno fatto è chiamare alla rivolta l’intera società per cercare di preservare e difendere i propri privilegi, derivanti dalla loro posizione di classe e dal processo di cooptazione che caratterizza le università e che per questo le rende baronali.
Ciò è anche dimostrato dal fatto che nei suddetti appelli non si fa una minima menzione critica alla questione delle Fondazioni e all’entrata delle imprese nelle Università; insomma la sottomissione della libertà scientifica (con cui questi si riempiono sempre falsamente la bocca) al capitale, al profitto e all’interesse privato trova profondamente d’accordo rettori, baroni e ricercatori.
Sono proprio loro i massimi teorici dell’efficienza, la ristrutturazione, l’egemonia del mercato, a patto che tutto ciò non tocchi loro stessi.
Se questo succede, beh, la resistenza è naturale, e non si tratta più del corporativismo di quattro fannulloni, bensì di una questione di salvezza nazionale. Non si capisce bene il meccanismo perché il tagliare i loro lauti stipendi dovrebbe mettere in crisi l’intera Italia.
Nonostante tutto, però, si continua a chiamare alla mobilitazione gli studenti, come si trattasse realmente di una questione di civiltà, quando invece quello che si vuol difendere è la stessa università di classe, un’università dequalificante basata sulla cooptazione degli amici degli amici, un’università dei privilegi, degli interessi e della cultura della classe dominante.
Già durante la protesta contro la famigerata Legge Moratti, si era assistito ad una situazione del genere, in cui baroni e rettori intervenivano nelle assemblee studentesche per fomentare la protesta, ben consci della necessità, alla prima concessione del governo, di dover abbandonare gli studenti in piazza. Sgomberi e repressioni sono state la logica conclusione del loro uso strumentale del movimento studentesco.
E NOI DOVREMMO SOSTENERE NUOVAMENTE QUESTI SIGNORI?
Ci si ripresenta, insomma, l’ennesima occasione di riaffermare l’autonomia del movimento studentesco e dei suoi strati più oppressi dagli interessi della classe dominante e dei suoi agenti in Università.
La nostra critica deve essere e sarà più radicale; una critica che metta in discussione l’intero disegno di riorganizzazione, che altro non è che un ulteriore attacco alla classe lavoratrice nel suo insieme.
Mobilitiamoci per mettere in discussione tutto ciò, per contrastare la continua sottomissione dei lavoratori e degli studenti al capitale ed ai suoi interessi!
Ciò lo potremmo fare solo se ci liberemo una volta per tutte dall’illusione di una possibile alleanza con l’elite baronale, e concentreremo i nostri sforzi nella costruzione di una più solida e organica alleanza, con i nostri alleati naturali: i lavoratori!
Coloro che realmente ogni giorno vivono l’attacco padronale e statale sulla propria pelle!
Solo costruendo alleanze sulla base di legami di classe potremmo realmente riaffermare la nostra autonomia dai padroni, dai lacché e dai servi sciocchi del capitale.
Urge assolutamente una doverosa scelta di campo;
noi la nostra l’abbiamo gia fatta!
lunedì 18 agosto 2008
ANCORA UNA GUERRA
Inseriamo di seguito un volantino dei compagni del Sin.Base, che tratta della recentissima vicenda Russo - Georgiana, non potendo che essere completamente d'accordo sulle conclusioni che i compagni traggono.
Comitato Studentesco
ANCORA UNA GUERRA!
In questo volantino riprendiamo dal prossimo opuscolo, alcune considerazioni sulla guerra Russia –
Georgia, avvenimento soltanto all'apparenza lontano dalle nostre necessità e dai nostri bisogni.
(Puoi richiedere l'opuscolo direttamente ai compagni del Sin.Base, telefonando o via e-mail)
Premessa
E' facile constatare come non si sia mai parlato tanto di pace e pacifismo come da quando decine di nazioni hanno
iniziato a mandare in giro per il mondo le loro truppe per «pacificare» aree in cui, evidentemente, si era o si è
arrivati alla guerra.
E' un fenomeno che ha una sua logica. Si diventa pacifisti quando è necessario, ossia quando la guerra è
diventata, per quanto triste, realtà.
I concetti stessi di pace e guerra sono inscindibili. L'uno ha senso solo in riferimento all'altro.
Per questa stessa ragione quando si affrontano argomenti del genere si rischia sempre per passare per tifosi
dell'una o dell'altra partigianeria. Critichi questa pace, sei un guerrafondaio. Critichi la guerra sei un pacifista.
A NOI NON PIACE LA LORO PACE, FIGURARSI LA LORO GUERRA.
I. qualcuno crede ancora che sia un caso che il governo Prodi, pur imbottito di pacifisti senza se e senza ma,
detenga il record delle spese militari?
II. Qualcuno crede ancora che le “riorganizzazioni”, le “razionalizzazioni”, i “tagli” alla spesa pubblica, alla
sanità, insomma a qualsiasi spesa qualsiasi governo consideri “improduttiva” perché non produce “profitto”,
siano fatti per aumentare il benessere della “popolazione”?
III. In realtà potete esserne certi, la seconda è funzione della prima che abbiamo detto. Come potete essere
certi che il governo che conquisterà il record nella seconda conquisterà anche un nuovo record nella prima.
E che lo farà a spese nostre potete esserne ancora più certi, certissimi.
Un brillante esempio di come la loro pace produca la loro guerra è quella, ancora in corso mentre scriviamo, tra
Russia e Georgia, con più morti che spettatori ad una finale di Champions League, ma poco importa non giocava
la squadra del cuore e, del resto, anche il pacifismo ha diritto alle ferie.
L'indipendenza, attribuita dalla pacifiche potenze “occidentali”, al Kossovo dalla Serbia ha fornito il precedente alla
Russia affinché Abkhazia e Ossezia del Sud, potessero essere resi, questa volta militarmente, indipendenti dalla
Georgia. Tutto in una zona economicamente strategica per le vie dell'energia quanto e se non più dei balcani.
Il resto è cronaca.
Quando l'accaparramento e l'esaurimento delle risorse naturali del pianeta «strangoleranno» la patria che cercava
«un posto al sole», siate certi che, incuranti della spesa pubblica, forniranno a tutti un bell'elmetto gratuito.
Soltanto quando nelle nazioni si cesserà di vivere di lavoro altrui, sarà possibile farla finita con nazioni che
campano sfruttando le necessità delle altre più deboli. Solo allora, finita l'epoca delle nazioni stesse, i popoli
potranno attuare una reale amministrazione delle risorse planetarie. Utopia internazionalista?
Se anche lo fosse è certo più seria e probabile, come ormai possono vedere tutti, di quella “pacifista”.
Ma non è affatto un'utopia.
A condizione che anche su questo terreno non si deleghi ad altri il nostro futuro.
Passa dalla tua parte, passa al Sin.Base!
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