martedì 1 luglio 2008

IDENTITà DI CLASSE: L’UNICO METRO DI MISURA

Pubblichiamo qui di seguito il volantino che abbiamo distribuito alla manifestazione di Lunedì 30 Giugno

Il Comitato Studentesco, partecipa oggi alla manifestazione del 30 Giugno, più che per commemorare gli eventi che, in quel giorno del 1960, avevano visto diventare Genova palcoscenico di scontro, per reiterare, insieme ad altri gruppi, la necessità del lavoro di ricostruzione politico di antagonismo sociale.
In questo periodo giornali e telegiornali ci sommergono con emergenze rifiuti, emergenze neo – fasciste in Italia, criminalità derivante dagli immigrati clandestini, ecc…
Come capire, però, quali sono i fenomeni reali e quali, invece, costruzioni mass – mediatiche, costruite ad hoc da settori della borghesia italiana ( ed internazionale) per incanalare paure, sensazioni ed ignoranze della classe lavoratrice a proprio favore?
Molti gruppi, nell’affrontare tali argomenti si sono appellate a generiche società civili, concetto espressione di pratiche interclassiste, che poco aiutano a comprendere le dinamiche di sfruttamento della nostra società.
Voler costruire movimenti, espressione di società civili antifasciste, anti razziste, anti – rifiuti, costituisce solo un giochetto per nascondere dietro paroloni d’effetto la compromissione dell’autonomia e dell’indipendenza del movimento dei lavoratori a settori opportunisti della borghesia illuminata (e neanche tanto).
Noi all’anti-fascismo della società civile, che racchiude da Della valle a Bertinotti, contrapponiamo un anti- fascismo, che in caso di reale necessità, si forgerà sulla base dell’identità di classe; all’anti – fascismo democratico contrapponiamo una concezione che avversa il fascismo poiché lo vede come una delle tante espressioni con le quali si presenta un sistema capitalista.
Il nostro anti – fascismo si trasforma in identità di classe contro il capitale ed il suo Stato, indipendentemente che esso sia fascista, liberale o socialdemocratico.
Stessa cosa per la questione dell’immigrazione; solo l’identità di classe e la coscienza di questa potrà farci capire chi sono i nostri fratelli e chi sono i nostri nemici; nel solco di una tradizione storica che pone l’internazionalismo proletario come uno delle sue colonne portanti.
Ma senza quell’aggettivo “proletario” la nostra linea si ridurrebbe al massimo ad un misero multiculturalismo, in cui i divergenti interessi di classe sarebbero mischiati e confusi, in un’ipotetica società civile internazionale, che nella realtà non esiste dato che viene dilaniata quotidianamente dai concreti antagonismi di classe.
Occorre iniziare ad opporre allo stantio interclassismo, tanto sbandierato da tutti i canali ufficiali, una coscienza classista della classe operaia; un’identità di classe che rappresenta l’unico metro di misura attraverso il quale saremo in grado d’affrontare le grandi tematiche, dall’anti-fascismo, al laicismo, senza perdere la bussola, e soprattutto senza compromettere l’autonomia della classe lavoratrice all’opportunista o al padrone di turno.
Sia a livello studentesco che a livello sindacale, questo tentativo lo si sta facendo proprio a partire dalla pratica organizzativa, terreno in cui si esplica in primis la tanto succitata autonomia.
La costruzione di differenti organismi, sia politici che sindacali, della classe lavoratrice è lunga e difficile, ma assolutamente indispensabile…quindi…
PASSA DALLA TUA PARTE!
ORGANIZZATI NEL COMITATO STUDENTESCO!!!

martedì 17 giugno 2008

Università: da Precari a Disoccupati?!

Come è ormai prassi in tutti gli ambiti statali, comunali, provinciali, regionali, anche l’Università di Genova, che tra le sue file conta centinaia di precari, si appresta ad esternalizzare alcuni di questi tramite agenzie di lavoro a somministrazione (interinali), con un costo più alto per l’Ateneo rispetto ai precedenti contratti di collaborazione coordinata e continuativa.
Questo è il caso dei “fortunati”, visto che gli sfortunati (che sono la maggioranza) resteranno direttamente a casa, confermando il precariato come forma di sfruttamento del lavoratore, in opposizione a chi sostiene che si tratti solo di “flessibilità”!

Tutto ciò si basa sull’ art. 3 comma 90 legge 244/2007,approvato dal precedente governo Prodi (col servile assenso della cosidetta “sinistra radicale”). Il suddetto articolo prevede che contratti come quelli che venivano adottati dall’università non possano più essere sottoscritti; inoltre l’articolo in questione è stato seguito da circolari sulla Funzione Pubblica, le quali non fanno che rafforzare ciò che è contenuto all’interno della legge. Dal canto suo l’Ateneo poteva, in base alla propria autonomia, decidere di non attenersi alle circolari e tutelare almeno in maniera minima l’interesse di questo folto gruppo di lavoratori, ma naturalmente così non è stato.

Il Comitato Studentesco ed il Sin.Base dichiarano piena solidarietà ai lavoratori dell’Università che rivendicano legittimamente la difesa del proprio posto di lavoro.

E’ un’occasione, questa, per sottolineare l’esigenza di un’unione forte tra studenti e lavoratori e la speranza che questa sia solo una tappa per la costruzione di quest’indispensabile unione.


Comitato Studentesco

Sin.Base

martedì 27 maggio 2008

ASSEMBLEA – DIBATTITO SULLA PRECARIETà

Tutti parlano di precarietà, tutti la citano, tutti la analizzano, tutti la criticano e tutti la vogliono combattere.

La realtà, però, ci racconta di un fenomeno internazionale, come quello precario, in continua ascesa, un fenomeno che trova il suo perché e le sue origini nelle nuove necessità che il sistema capitalistico ha evidenziato in quest’ultimi decenni, e che nel nome della produttività, dell’innovazione e della flessibilizzazione ha imposto questa ennesima modalità di sfruttamento della forza – lavoro a milioni e milioni di lavoratori.

Le dinamiche del mercato internazionale e le violente lotte che in esso si sono svolte tra le differenti potenze nazionali, e sovra – nazionali, hanno imposto questi meccanismi e queste condizioni alle classi lavoratrici di tutto il mondo, con l’esplicito consenso delle classi politiche mondiali.

In Italia, il fenomeno ha trovato le sue prime espressioni a livello legislativo con il pacchetto Treu, portato avanti dal governo di centro –sinistra, per poi essere ulteriormente integrato dai contributi del centro –destra e dell’ormai sepolto governo Prodi.

L’accettazione e l’impulso di tali meccanismi tanto della sinistra (democratica e radicale) quanto della destra è davanti gli occhi di tutti; quello che ha vinto è stato l’interesse della classe dominante a non perdere in competitività e capacità di penetrazione dei mercati rispetto le sue rivali internazionali.

Dai rappresentanti politici di tale classe, che altro ci si poteva aspettare??

Tali tendenza rendono ancora più urgente la necessità di un processo di resistenza a queste dinamiche, che via via interesseranno sempre più ampi settori della forza – lavoro, in Italia come nel mondo.

Ed è appunto da queste considerazioni che abbiamo deciso di fare nostra questa tematica, inserendola nel processo di ricostruzione di un movimento studentesco autonomo, che in questi mesi sta muovendo i primi passi, e che ci sta contraddistinguendo nell’ambito genovese.

Anche nel nostro interesse di futura forza – lavoro salariata abbiamo reputato utile iniziare questo percorso proprio in Università, con un’assemblea – dibattito che metta al centro la tematica della precarietà ed avvii un processo di confronto tra studenti, lavoratori, sindacalismo di base e tutti i soggetti interessati ad un progetto del genere.

Un progetto che quindi non deve limitarsi ad un mero spirito accademico, ma che vuole svolgere da subito una fortissima valenza politica, almeno nell’ambito genovese, nello sviluppo, articolazione e organizzazione di conflitto sociale.

Questa, dunque, una delle prime iniziative che gli studenti genovesi mettono in campo, davanti all’attacco che le classi dominanti di tutto il mondo hanno sferrato alla classe lavoratrice, in un’ottica di lotta del nostro oggi universitario per la difesa del nostro domani lavorativo.

Martedì 27 Maggio 2008, ore 17
Via Balbi 4 - Aula M -
FACOLTà DI LETTERE E FILOSOFIA


Comitato studentesco
Feedback – Collettivo di scienze Politiche
Movimento studentesco di Genova

lunedì 19 maggio 2008

Il Comitato Studentesco al Pride Laico


Inseriamo qui il volantino che abbiamo distribuito durante il corteo del Pride Laico, tenutosi a Genova sabato scorso.


Il Comitato studentesco aderisce oggi alla giornata del Pride Laico, convinto che questa manifestazione possa essere una prima e necessaria barriera da opporre alla dilagante pervasività della morale religiosa nella vita quotidiana di migliaia di persone.
Morale che oltre mettere in crisi il potere di ogni persona di gestire come meglio creda il proprio corpo e la propria sessualità; sviluppa nella quotidianità un lavoro politico di sostegno e di strutturazione di un sistema sociale, come quello capitalista, che basandosi esclusivamente nella ricerca anarchica del profitto, riduce quotidianamente l’uomo ad un mero fattore produttivo.
Le parole di fratellanza, umanità e compassione, anche dei membri più “eretici” delle gerarchie religiose in generale, e della Chiesa Cattolica in particolare, si sciolgono come neve al sole di fronte alla violenza sanguinaria che la nostra società, attraverso le sue strutture, riesce a mettere in campo.
Dal Concilio Vaticano II con il suo cattolicesimo sociale, passando da Wojtyla, per arrivare all’intransigenza teologica di Ratzinger, per citare solo gli sviluppi degli ultimi decenni, la Chiesa si è sempre di più dimostrata collusa con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; essa non è altro che una delle sue giustificazioni ideologiche
Nel contesto della manifestazione di oggi, questa è una premessa necessaria ed obbligata, ma sicuramente non sufficiente. Soprattutto non è sufficiente il solo sventolio della bandiera della laicità dello Stato, poiché è evidente agli occhi di tutto che la liberazione degli spazi statali dall’influenza più retrograda della Chiesa non risolverebbe l’intricato sviluppo di tutte quelle contraddizioni sociali, che riescono proprio ad esplicarsi per la presenza dello Stato (laico o religioso che sia).
E’ qui che la nostra lotta deve assumere un profilo più ampio e profondo, non ghettizzandosi in una critica giullaresca contro la sola figura Ratzinger, ma partendo dall’aspetto più conservatore e reazionario della nostra società, come quello religioso, per espandere il tutto ad una critica ampia e sistemica della società capitalistica e soprattutto alle contraddizioni che fa emergere in Università.
Occorre partire dalla convinzione che, oggi come ieri, viviamo in una società divisa in classi, ed una lotta che riporti nel luogo di lavoro, come nelle facoltà, il conflitto sociale, necessiti innanzi tutto di un’intransigenza, indipendenza ed autonomia dell’organizzazione degli studenti e dei lavoratori, nei riguardi di tutte le strutture ed istanza riconducibili alla classe dominante.
Classe dominante, che attraverso suoi settori, appoggiano gli studenti in piazza solo quando fa più comodo a loro, mentre li abbandona quando la loro critica non si limita più alle sole gerarchie religiose, ma si estende agli interessi che padroni e Stato impongono all’intera popolazione.
Rivendichiamo la nostra autonomia ed indipendenza fin da oggi, non con vuoti proclami di principio, ma con una prassi politica quotidiana, che non ci asservisca a nessun altro interesse se non il nostro.
Il Comitato Studentesco ha scelto questa strada, certo più difficile ed irta rispetto a quella che passa per le stanze dei bottoni, per servilismo accademico, per i salotti radical-chic, ma unica e necessaria per garantire una vera autonomia politica degli studenti.
Con il Comitato Studentesco abbiamo voluto costruire un’organizzazione politico-sindacale degli studenti, che però superi la becera visione corporativistica di un unico corpo studentesco: esiste lo studente ricco, come quello povero, il figlio del lavoratore, come il figlio dell’avvocato.
Noi abbiamo deciso di organizzare e rappresentare gli strati più deboli ed oppressi del corpo studentesco, quegli stessi ragazzi e ragazze che nel giro di qualche anno non potranno che diventare forza lavoro salariata alla mercé del padroncino di turno.
Ed è anche per questo che il nostro agire politico non si vuole limitare alla staccionata della nostra scuola, della nostra facoltà o del nostro ateneo, ma vuole espandersi in una vasta pluralità d’ambiti di contestazione sociale, in primis quello del lavoro e della classe lavoratrice.
Ricostruire un’alleanza politica tra studenti e lavoratori, evidenziare le contraddizioni che caratterizzano la nostra società, denunciare i processi di sfruttamento che si sviluppano tanto nel nostro oggi universitario quanto nel nostro domani lavorativo, sviluppare e organizzare conflitto sociale, questi gli obiettivi cardine su cui il Comitato Studentesco ha deciso di basare la propria attività teorica e pratica.


E TU DA CHE PARTE STAI???
PASSA DALLA TUA PARTE!
ORGANIZZATI NEL COMITATO STUDENTESCO!

venerdì 2 maggio 2008

Albergo dei Poveri: l’ennesimo fallimento (voluto) di questo modello di rappresentanza studentesca

Da alcune settimene la situazione all’Albergo dei Poveri sembra essersi risolta; dopo frettolosi lavori per mettere in sicurezza le uscite d’emergenza dell’Albergo, dalle eventuali cadute di calcinacci, le aule del piano terra hanno potuto nuovamente essere riaperte.

Il problema come detto, sembra, essere risolto, dato che sono stati gli stessi tecnici interpellati dal Consiglio di Facoltà a sostenere come l’unico intervento che potesse realmente risolvere questo singolo problema sarebbe stato il totale rifacimento del tetto; cosa che ora come ora è totalmente al di fuori delle intenzioni della dirigenza universitaria.

Sorvolando sul disagio che molti studenti hanno dovuto subire dalla temporanea chiusura delle aule del piano terra (che intanto per giurisprudenza continuavano ad essere completamente sicure e dunque di conseguenza utilizzate); questo avvenimento non è che l’ennesima dimostrazione di come le erronee scelte effettuate dalla dirigenza universitarie siano state subite dalla massa degli studenti, senza che fosse possibile una timida reazione degli stessi.

Questo fatto è stato sicuramente causato da quella pigrizia e passività che ormai da troppi anni stanno caratterizzando gli studenti universitari; tuttavia, vi è da dire che, una grossa mano è stata data dalla rappresentanza studentesca, che con il suo silenzio sulla questione ha sfavorito sicuramente l’emergere di una qualsiasi forma di protesta, organizzata o meno.

Tale vicenda, ci ha particolarmente interessato, dato che oltre a rappresentare un tipico caso di mal funzionamento universitario, è un fenomeno che ha visto l’emergere di questo “disagio logistico” proprio nel mentre in cui stavano arrivando a casa di tutti gli studenti i bollettini della seconda rata.

Il paradosso non poteva che essere sotto gli occhi di tutti: mentre si scopriva che l’Albergo stava cadendo a pezzi (bella scoperta!!) e che quindi non era in sicurezza; dall’altra gli studenti di scienze politiche venivano a conoscenza del fatto che le fasce utilizzate per la determinazione della tassazione erano state ulteriormente diminuite (solo tre) e che nel frattempo si era registrato un aumento in assoluto delle tasse!!!!

Gioia e tripudio…mentre noi siamo costretti a pagare tasse sempre più alte e (purtroppo) sempre meno differenziate tra chi ha i soldi e chi non ce l’ha, si registra una decisa accelerazione del degrado delle nostre strutture universitarie!

Ma i nostri rappresentanti dove erano???!!!!!?????

L’unica iniziativa che i nostri rappresentanti hanno reputato di prendere è stata una riunione aperta a studenti e docenti, in cui i tecnici, in poche parole, spiegavano la causa della chiusura delle aule con una semplice comunicazione di servizio.

Il sollevare la questione di perché non fosse stata indetta un’assemblea solo studentesca con il compito di vedere se fosse opportuno organizzare proteste di un qualche tipo, sono state sdegnate subito dalle rappresentanze, sostenendo che quello non era il luogo per affrontare l’argomento (davanti ai professori ed ai tecnici non stava bene…).

Quest’ultima vicenda dell’Albergo dei Poveri, insomma, ha ulteriormente evidenziato la necessità per l’intero movimento universitario, ed in particolare per i suoi settori politicamente organizzati, di sollevare la questione della rappresentanza, e della sua reale efficacia nelle sue odierne modalità.

Da parte nostra questo è un problema che ci preoccupa già da parecchio tempo, e che certo non si può risolvere con una semplice richiesta di aumento del numero dei rappresentanti degli studenti in tutte le istituzioni universitarie in cui la loro presenza è prevista.

Secondo noi, una riflessione sulla questione dovrebbe partire da un’ottica che non prenda in considerazione solo il numero dei nostri rappresentanti, ma che consideri la stessa natura e la funzione che la rappresentanza studentesca dovrebbe avere.

Fino a che la rappresentanza, almeno a Genova, sarà in mano alle principali forze politiche nazionali (ex-Ds, Comunione e Liberazione), che in modo aperto ed indiscriminato appoggiano in tutto e per tutto le scelte erronee della dirigenza universitaria, sarà realmente difficile tentare di dare soluzione al problema puntando solo sulla “leva numerica”.

E’ necessario arrivare ad un ripensamento della rappresentanza, che deve essere interpretata come vera e reale espressione politica del movimento universitario.

Questo da implica da subito una rottura con la visione corporativistica di un unico corpo studentesco; all’interno delle università esiste lo studente ricco, come quello povero, come lo studente lavoratore; e occorre scegliere chi si vuole rappresentare e quali istanze portare avanti.

Ciò é possibile, solo nel momento in cui i rappresentanti sono effettiva espressioni di movimenti studenteschi organizzati, e non espressione (spesso personalistica) di grandi forze politiche estranee alla realtà universitaria ed in generale studentesca.

Un’autonomia politica degli studenti dagli interessi dei poteri forti e del capitale, è possibile solo tramite la strutturazione di un’organizzazione autonoma studentesca, che poi potrà inviare alcuni suoi rappresentanti nei vari consigli di Facoltà e nei vari Senati Accademici, ma non per partecipare in maniera “concertativa” alla costruzione della “loro” università, bensì per rendere ancora più evidente la nostra lotta e denuncia, anche in quegli ambiti istituzionali.



martedì 22 aprile 2008

In questi giorni ci é stato inviato un intervento di un compagno di Spezia, che analizza il risultato elettorale della scorsa settimana.
Intervento interessante, che abbiamo reputato utile pubblicare anche sul nostro blog.
Naturalmente ci auspichiamo che questo sia l'inizio di una proficua discussione sul tema.
Comitato Studentesco
Spariti in un baleno
“Per la prima volta dal dopoguerra non ci sono più comunisti e socialisti in parlamento! Ma come faranno i lavoratori adesso che nessuno li rappresenta più?” Questa patetica buffonata è l’ennesima mistificazione uscita dalla bocca dei dirigenti della “sinistra radicale”. Fa il doppio con quella del risarcimento sociale, imminente, che il governo Prodi avrebbe predisposto, ma che non ha potuto elargire per responsabilità di Dini, Mastella ecc.
In parlamento non siederanno più, tra gli altri, quei determinati bolscevichi del tipo di Pecoraro Scanio, Giordano, Boselli ecc.
In realtà se nessuno rappresenta oggi i lavoratori in parlamento, nessuno li rappresentava neppure nel parlamento uscente: quasi centocinquanta parlamentari di Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi ecc. hanno votato e rafforzato le politiche padronali liberiste, sono stati fedeli scudieri degli interessi dei banchieri (si pensi al TFR dei lavoratori regalato alla speculazione di borsa), hanno canalizzato la protesta verso la resa (vedi la “grandiosa” marcia del 20 ottobre contro il protocollo sul welfare ed il successivo voto a favore del provvedimento) e regalato un fiume di miliardi alle imprese. Hanno riconfermato le leggi sulla precarietà (che peraltro avevano già contribuito a varare), votato per finanziare l’acquisto di armi per le FF.AA., (il più alto stanziamento per la Difesa della storia repubblicana), hanno pagato missioni militari all’estero (e vere e proprie guerre d’aggressione, come la guerra “umanitaria” contro Belgrado). Hanno regalato la rappresentanza garantita ai sindacati di regime. Hanno avvallato la prosecuzione del patto militare segreto con Israele. Hanno accettato la NATO. Sono stati (al di là della propaganda ufficiale di Veltroni) i più fedeli sostenitori di Prodi, al punto di cacciare anche chi timidamente si opponeva a qualche sconcezza.
I maggiordomi fedeli della borghesia non servono più, oggi la borghesia si rappresenta da sola nelle sue istituzioni. La bancarotta bertinottiana è totale, è arrivata al capolinea del travaso di voti verso la destra populista e xenofoba della Lega. (Questo la dice lunga sulla capacità di convincimento ideologico dei fautori dell’”altro mondo possibile”).
Il re è nudo.
Per l’ennesima volta si evidenzia quanto sia illusoria l’idea che sia possibile, tramite la collaborazione di classe, rappresentare gli interessi dei lavoratori, strappare conquiste o, quantomeno, “ridurre il danno” delle politiche padronali. Per anni ed anni i gruppi dirigenti di Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi ecc. hanno fatto credere che la politica “responsabile” della sinistra fosse questa. E non si è trattato solo di una scelta politica “dissennata”, alla base di questo agire politico sta la scelta opportunista di garantirsi la prebenda personale, di tenere il fondoschiena sul calorifero protettivo delle istituzioni. Perché alla base di questo modello politico, di co-gestione del potere, sta l’accettazione del modello statuale -l’idea della neutralità delle istituzioni, cardine della mitologia resistenziale- e dei suoi organi di rappresentanza, le uniche tribune dove valesse davvero (per Bertinotti & soci) spendere il proprio genio.
I dirigenti a palazzo e la base a mescolare il minestrone e a friggere le cotolette, perché altro non ci si aspetta (anzi, così si vuole) dal militante di base. Non credo peraltro ad una base “sana” contrapposta ad una direzione “corrotta”; la collaborazione opportunista per Rifondazione ecc. è sorta prima in periferia (da subito collusi con le amministrazioni locali diessine e le loro porcherie liberiste, privatizzazioni, esternalizzazioni e creazione di precariato) sin dalla nascita di questo partito e senza soluzione di continuità. Per anni chi si opponeva a questo, in buona fede, dall’interno del partito, è stato deriso, emarginato, epurato. E non poteva essere altrimenti, disturbava i manovratori.
All’interno di Rifondazione (ma anche degli altri partiti più piccoli della coalizione arcobaleno), esistono vere proprie lobbies, cordate di potere spesso in lotta fra di loro per assicurarsi il posto nell’azienda municipalizzata, nel consiglio di amministrazione, l’assessorato o lo scranno di parlamentare. Questo è speculare e corrispondente a quanto avviene in tutti gli altri partiti borghesi.
Se una base elettorale, “educata” all’unità strategica con la borghesia, disillusa sulla possibilità di ricevere qualche briciola, ingannata quotidianamente per anni, ha voltato le spalle a questo carrozzone di falsari, preferendo votare direttamente per i partiti della borghesia, come ci si può rammaricare? Hanno affermato per anni che in primis occorreva battere Berlusconi, nel frattempo hanno dispensato legnate (non raccontino che è solo colpa di Prodi) a quella classe sociale che millantavano di rappresentare. Hanno dimostrato di essere un ente inutile, anzi dannoso, e così sono stati percepiti dagli elettori.
E’ prevedibile che un’ondata di roditori abbandoni la carcassa del galeone naufragato per altri lidi più remunerativi, e che altri riprovino a ripercorrere le stesse strade, con un puntiglio patetico (Bertinotti che punta ancora a costruire l’Arcobaleno, Diliberto che vuol tornare alla falce e martello, come se camuffare l’opportunismo lo rendesse ancora presentabile,) ma questo è per me del tutto irrilevante. E’ un passo avanti che il carrozzone dei falsari non sia più lì a mistificare una rappresentanza che non gli compete. Certo, oggi pensare di costruire una sinistra di classe opposta agli interessi della borghesia non è uno scherzo, ma era una priorità anche prima, e comunque senza questi illusionisti tra le scatole c’è qualche possibilità in più.
L’aggressione padronale continuerà con vigore, ed i lavoratori sono oggi politicamente inermi, come lo erano ieri, ma il fatto che si sia azzerato tutto potrebbe rimettere in movimento quelle spinte sane all’aggregazione di lavoratori sulla base di programmi di classe che per troppi anni non hanno funzionato. Naturalmente starà ai compagni di rimboccarsi le maniche perché questo possa avvenire.
Umberto Cotogni

martedì 8 aprile 2008

REPRESSIONE ARMATA IN TIBET E SILENZIO SULLA CONDIZIONE DEI LAVORATORI CINESI

In queste ultime settimane si sono levati cori di sdegno verso la repressione delle proteste tibetane da parte delle forze di polizia della Repubblica Popolare Cinese.
Tutti i maestranti della politica di qualsiasi colore, davanti alle violenze sui manifestanti (e mai prima, lontano dai riflettori) hanno espresso parole di condanna nei confronti della Cina e sostegno alla causa di indipendenza del Tibet.
Si sono sentiti tutti in dovere, in Italia come in Europa e negli Usa, di protestare, giudicare e condannare, ma le proteste, i giudizi e le condanne si sono dimostrate spesso opportunistiche e sempre superficiali.
Premesso che il diritto di autodeterminazione dei popoli pare valere a corrente alternate., a secondo dei rapporti d’interesse geopolitici (il Medioriente insegna), tutte le denunce nei confronti della Cina si soffermano sempre nel particolare della questione tibetana e celano la triste realtà del sistema capitalista cinese.
Negli ultimi decenni, i capitalisti europei ed americani hanno fatto enormi fortune investendo massicciamente in Cina, paese che è diventato un paradiso per i profitti capitalistici e un inferno di supersfruttamento per il proletariato.
Secondo i dati della Banca Mondiale, tra il 1990 e il 2001, il rapporto tra il 20% della popolazione più ricca e il 20% più povero è salito dal 6,5 al 10,6.
Quella cinese è la società più diseguale di tutta l’Asia, nella quale più di 170 milioni di cinesi vivono con meno di un dollaro al giorno.
Il processo di proletarizzazione dei contadini poveri procede inesorabilmente con migliaia di persone che sono costrette ad abbandonare le proprie case per essere inseriti nel sistema di produzione capitalista.
Le condizioni della classe operaia sono simili a quelle dei lavoratori nell’Inghilterra ottocentesca: l’80% di tutte le morti per lavoro tra i minatori, a livello mondiale, avvengono in Cina, fatto che dimostra come il paese si stia trasformando nel terreno di un capitalismo che estrae plus-valore dalle masse produttive.
Le responsabilità di questa disastrosa situazione sono da attribuire al Partito Comunista Cinese e agli organi ad esso asserviti, i quali non si sono limitati ad essere semplici delegati del capitalismo, trasformando essi stessi in un settore importante della nuova classe dei proprietari.
Dal particolare della situazione tibetana, quindi, occorerebbe passare ad una denuncia degli aspetti generali che caratterizzano la situazione cinese, interpretandola come l’ennesima espressione della barbarie del capitalismo internazionale.
Allo sdegno per la repressione in Tibet dovrebbe allora associarsi anche lo sdegno per un sistema capitalista che ammorba la maggioranza della popolazione operaia e contadina.

Nessuna contrapposizione è però utile tra un capitalismo occidentale “buono” e un capitalismo cinese selvaggio e repressivo; utile è invece una solidarietà reale tra le classi lavoratrici di tutto il mondo contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.